Istruzione, Ricerca, Innovazione nell’utopia dell’Ulivo

By sandro6201

9/2/2005
Atelier n. 7 – Istruzione, ricerca e innovazionedi Gx

La ricerca è fondamentale per rilanciare il paese. Per fare innovazione serve la ricerca, ma la ricerca non è la stessa cosa dell’innovazione. È indispensabile trasferire i risultati della ricerca al mondo produttivo, ma questo non richiede di penalizzare la ricerca di base a favore della ricerca applicata. Le politiche della ricerca devono essere integrate con le politiche dell’innovazione, poiché insieme rappresentano una risposta moderna a problemi più generali di welfare.L’università pubblica rappresenta l’elemento centrale per la ripresa della ricerca di base, senza nasconderne i difetti su cui bisogna intervenire. Non è vero che l’università sia ferma. Le sperimentazioni in corso, tuttavia, avvengono per buona volontà individuale, senza meccanismi cogenti né, tanto meno, sanzionatori. Nessuna riforma può funzionare senza il recupero di un senso etico della professione. Ciò non può accadere facilmente, richiede di intervenire sugli incentivi, anche economici, e deve rappresentare il principio guida, fondante, per l’Unione.

Bisogna avere chiaro un quadro di interventi da attuare con estrema rapidità, secondo gli attuali vincoli di bilancio, per segnalare l’impegno della coalizione su questo fronte, anche se i frutti del lavoro richiederanno del tempo per essere visibili. A questo proposito il gruppo di lavoro ha identificato 5 punti rilevanti e sui quali è emerso un forte consenso sulle soluzioni da adottare, ed altri 2 punti altrettanto rilevanti, ma sui quali occorre approfondire diverse soluzioni possibili.

1. Il paese ha bisogno di tanta università e tanta ricerca

Questo deve avvenire attraverso un crash program che consenta una rapida immissione di nuove risorse indirizzate esplicitamente all’assunzione di nuovi ricercatori, per raddoppiarne, in cinque anni, il numero. Particolare attenzione riveste una strutturazione del processo di reclutamento che consenta non solo di abbandonarsi a slogan facili come il “rientro dei cervelli”, ma ad interventi innovativi che stimolino anche l’assunzione di giovani ricercatori stranieri. Questa esigenza imprescindibile per il paese dovrà fare i conti con due seri pericoli: «Ope Legis» e il clima da rivendicazione corporativa che attraversa molti strati del mondo universitario. Un esempio concreto è legato al titolo di Dottore di Ricerca, che deve essere certamente condizione necessaria per l’assunzione in Università ed Enti di Ricerca, ma, assolutamente, non sufficiente.

2. La valutazione come strumento di governo della ricerca

È necessario separare le funzioni di indirizzo, proprie del Governo attraverso il MIUR, da quelle di valutazione, e istituire una Agenzia esterna, indipendente, esplicitamente dedicata a questo scopo, con competenze specifiche per Università ed Enti di Ricerca. La terzietà e l’indipendenza sono proprietà fondamentali per impedire che questa realtà sia “catturata” dai valutati o dall’organo di indirizzo. La valutazione non deve essere solo un insieme di procedure per guidare l’allocazione di risorse, ma uno strumento integrato per il governo del sistema, che preveda premi e punizioni, e consideri didattica, ricerca e trasferimento tecnologico. Tale approccio richiede continuità nel tempo, certezza di applicazione delle regole ed un sostegno forte ed esplicito della valutazione, non come procedimento macchiato a priori di una discrezionalità soggettiva, ma come elemento imprescindibile di segnalazione dell’attenzione ai risultati e non al semplice impegno, per una effettiva affermazione, a tutti i livelli, della meritocrazia e non dell’anzianità di servizio o della tutela corporativa.

3. Investire in nuova conoscenza per investire sul futuro

Questo richiede un forte impegno su un insieme articolato ed innovativo di strumenti di sostegno allo studio, per collegare scuola e università, politiche regionali e nazionali, formazione di base, avanzata e continua. Accanto a strumenti consolidati, ma poco sfruttati (es. i provvedimenti a sostegno dell’edilizia universitaria), è fondamentale costruire nuovi strumenti, come ad esempio fondi di garanzia per l’erogazione di prestiti sull’onore e per l’abbattimento degli interessi.

Per quanto riguarda l’Alta Formazione, è già possibile sostenere e mettere in rete un insieme di Alte Scuole, che operano a livello locale in diverse parti del paese, con il compito istituzionale di sostenere in maniera integrata la formazione della classe dirigente pubblica e privata. Il sostegno alla formazione deve riguardare tutta la formazione universitaria, programmi avanzati di aggiornamento professionale e attività di riqualificazione professionale. Per fare ciò bisogna lavorare in pieno coordinamento con le amministrazioni regionali e le istituzioni territoriali, per evitare sprechi e inutili competizioni interne. L’obiettivo è lo scardinamento dell’immobilità sociale e demografica attraverso l’investimento continuo in conoscenza.

4. Tornare a guardare all’Europa anche per la ricerca

Solo attraverso la forte partecipazione ai programmi europei sarà possibile recuperare le risorse di cui il paese ha bisogno. Inoltre, collocare saldamente la politica della ricerca all’Europa significa scardinare interessi locali e imporre attraverso vincoli esterni comportamenti virtuosi altrimenti difficilmente attuabili. Per raggiungere questi obiettivi è necessario non essere sordi ai cambiamenti strutturali che stanno avvenendo, come è recentemente successo con la non applicazione della Carta Europea dei ricercatori ai dipendenti universitari, ed il conseguente rigetto di principi quali ad esempio la non discriminazione di genere. L’Europa non è un’entità terza, ma l’Europa siamo anche noi. È necessario essere presenti e partecipare ai principali organismi politici e di indirizzo, affinché il paese eserciti appieno il ruolo che gli compete.

5. Affrontare il problema della leadership nella ricerca

La leadership và definita a partire dagli enti di ricerca e dal basso coinvolgimento della comunità scientifica nella definizione dei propri organi di governo, ma anche lavorando per una profonda riqualificazione del ruolo del MIUR e il rafforzamento del compito primario di indirizzo strategico e non di gestione del quotidiano o del dettaglio. Il continuo stato di incertezza che ha caratterizzato i diversi enti, tra commissariamenti e ristrutturazioni, mette in guardia rispetto alla possibilità di intervenire nello stesso modo e a tutti i livelli in tutti gli enti, con casi anche molto particolari come ad esempio l’ASI. Tuttavia, la situazione richiede attenzione. Se si vuole dare spazio alla valutazione, infatti, bisogna riconoscere il ruolo fondamentale dell’autonomia e delle responsabilità che questo comporta in termini di soggetti coinvolti nella ricerca e di organi di indirizzo.

A titolo indicativo e considerando le attuali condizioni del bilancio dello Stato, è possibile intervenire da subito su questi punti attraverso un’allocazione aggiuntiva, pari a 500 milioni di €/anno per cinque anni.

6. Due aspetti aperti

Il dibattito nel gruppo di lavoro ha messo in evidenza l’estrema rilevanza di altri due punti, con la necessità di ulteriori riflessioni sulle modalità operative con le quali affrontarli.

6.1 La governance universitaria

Un ambito ancora controverso nelle tipologie di soluzioni possibili, ma assolutamente imprescindibile, riguarda la governance universitaria. Bisogna intervenire in maniera drastica ed innovativa, con provvedimenti di indirizzo cogenti sulle modalità di nomina e le caratteristiche degli organi di governo delle Università, i loro ruoli, responsabilità e i rapporti tra gli organi. Bisogna ripensare il principio di responsabilità collegiale, attualmente trasversale a qualsiasi livello, e il processo decisionale all’interno degli atenei. Per l’università pubblica italiana, una vera applicazione del principio dell’autonomia non significa anarchia istituzionale, ma la fissazione di alcune regole fondamentali di funzionamento, all’interno delle quali l’iniziativa locale sia pienamente in grado di sviluppare diversità e competizione istituzionale, fondamentali per alzare il livello delle prestazioni in tutti i campi.

6.2. Reperire le risorse

Altrettanto fondamentale, anche se con diverse possibili soluzioni, risulta il problema del reperimento delle risorse. A questo proposito gli interventi possono essere più «interni», come la distinzione tra budget di funzionamento e budget di servizio degli Enti Pubblici di Ricerca e una possibile ripartizione della spesa, tra i diversi soggetti interessati alle prestazioni fornite. Oppure maggiormente legati all’interazione con l’esterno, con particolare attenzione al ruolo ed al significato di attività di trasferimento tecnologico reali e non puramente di facciata. Oppure ancora legati ad azioni politiche più ampie, in grado di associare allo sviluppo della ricerca istituzioni diverse come ad esempio le Fondazioni Bancarie, o a ridisegnare e sostenere il ruolo di organismi non – profit, come ad esempio accade in ambito biomedico attraverso esperienze quali la Fondazione Telethon, l’ARIC e molte altre.


Partecipanti alla sessione di lavoro: Giovanni Bignami (chairman), Maurizio Sobrero, Enrico Bellone, Massimo Bergami, Franca Bimbi, Michelina Borsari, Patrizio Bianchi, Andrea Cammelli, Simonetta Di Pippo, Gilberto Capano, Patrizia Caraveo, Giuseppe Catalano, Claudio Domenicali, Paolo Ferratini, Jacopo Meldolesi, Enrico Minnelli, Margherita Miotto, Luciano Modica, Rossella Palomba, Giorgio Parisi, Giancarlo Setti, Albertina Soliani, Paolo Spinelli, Renata Targetti, Walter Tocci, Giuseppe Tognon, Raffaele Volante.

Cos’è Gx (Governare per)

di Arturo Parisi

9/2/2005
Il mondo si è messo in movimento. Anche se il racconto incalzante dei media sembra rendere questa considerazione sempre più banale; anche se nella quotidianità, nelle piazze così come sui fronti di guerra, lo scontro tra le paure e le speranze non consente a nessuno di ignorare questo movimento, è questa la verità dalla quale dobbiamo ogni giorno riiniziare. Il mondo si è messo in movimento. Un movimento alimentato dalla prospettiva, dal sogno di libertà delle persone, un movimento che alimenta una crescente domanda di liberazione. Un movimento che nasce dalla crisi delle forme, delle strutture e dei soggetti di governo del passato, un movimento che chiede nuove strutture, nuove forme, nuovi soggetti di governo.

Il mondo si è messo in movimento. Un movimento nel quale si cambiano e si scambiano cose, si affrontano e si confrontano idee, si scontrano e si incontrano persone. È dentro questo movimento che la politica, come arte e come scienza, deve cercare oggi la sua vocazione. È dentro questo movimento che i politici sono chiamati ad esercitare la propria professione. È dentro questo movimento che ogni persona è chiamata a svolgere la propria cittadinanza. Liberare le persone, governare il mondo: liberare le persone per governare il mondo, governare il mondo per liberare le persone, può essere il motto che descrive oggi il nostro orizzonte e sintetizza la nostra ambizione. Dentro questo orizzonte va ricollocata la nostra vicenda nazionale con la consapevolezza che nulla può restare come prima. Dentro questo orizzonte va ripensato il nostro futuro: dalla demografia alla geografia, dalla economia alla ecologia. Dentro questo orizzonte va ripensata la nostra politica: dalle regole ai soggetti.

A dieci anni esatti da quando il segno dell’Ulivo è apparso sulla nostra scena politica, come ebbe a scrivere Romano Prodi a conclusione di una indimenticata riflessione sulla situazione del Paese, la consapevolezza che questo è il «tempo delle scelte» è più di allora forte e diffusa. Il tempo innanzitutto della scelta per l’Europa come via della nostra partecipazione al governo del mondo. Il tempo della scelta del futuro come il punto dal quale guardare al presente e valorizzare il passato. Il tempo della scelta di una politica guidata dalla ossessione di costruire e governare il futuro, e non più prigioniera della funzione di rappresentare l’esistente e spesso solo l’esistito.

Mondo, futuro, governo. Dentro questo perimetro siamo chiamati a pensare un progetto di lunga durata, che guidi l’Italia lungo le legislature a rinnovarsi profondamente, sapendo che l’oggi è certo «il tempo delle scelte» ma che il loro rilievo epocale non ci consente di considerare l’oggi sufficiente a contenere la loro realizzazione.

È a questo progetto di lunga durata che fu associato fin dall’inizio il segno dell’Ulivo. Un progetto che consentisse all’Italia di affrontare le sfide del ventunesimo secolo attraverso una profonda azione di riforma della società e delle istituzioni: una riforma consapevole e gelosa dell’eredità a noi affidata dal compimento della prima stagione della nostra democrazia repubblicana. Un compimento che chiede a quanti vogliono conservare i valori della economia sociale di mercato di ripensare profondamente gli istituti che avevano dato fin qui ad essa concretezza. Un compimento che chiede a quanti vogliono conservare l’ispirazione democratica della nostra costituzione repubblicana di portare finalmente al suo termine la costruzione di quella democrazia governante resa possibile dalla definitiva ridefinizione del nostro sistema partitico nella forma bipolare avviata dal movimento per le riforme istituzionali dell’inizio degli anni novanta.

È a questo progetto di lunga durata che è stato associato il segno dell’Ulivo, sia dentro l’azione di governo avviata dalla vittoria del ‘96, sia nella lunga battaglia aperta dalla lezione del ‘98, la quale ci ha insegnato che senza un soggetto di eguale rilievo e ambizione nessun grande progetto può essere realizzato. Ora, nella formazione di questo soggetto, siamo chiamati al superamento di un esame decisivo, in funzione della grande prova che ci attende nel 2006. L’esame è già iniziato ed è iniziato positivamente: la costruzione di una grande Alleanza Democratica che raccoglie per la prima volta tutte le formazioni del campo di centrosinistra attorno ad un «progetto» di largo respiro e di lunga durata, la costituzione della Federazione dell’Ulivo come anticipatrice e strumento di una unità aperta a tutte le forze della Alleanza, l’apertura di un confronto trasparente tra le diverse priorità programmatiche da affidare al dibattito e alla scelta degli elettori, la elaborazione di un «programma di governo» per la prossima legislatura attorno alle priorità indicate dai cittadini.

È al servizio di questo percorso che nasce «Governareper»: della definizione del programma del 2006, del dibattito sulle priorità che debbono guidarlo, ma ancor più al servizio dell’approfondimento del «progetto» che sta dietro e oltre quel programma. Un progetto la cui ricerca è iniziata ben prima che Berlusconi scendesse in campo a difesa dei suoi personali interessi, e che intende continuare ben oltre Berlusconi e il berlusconismo, dentro e al servizio del campo del centrosinistra ma interessato e preoccupato anche del campo avverso nella consapevolezza che nella democrazia bipolare le vicende di un campo non possono essere indifferenti per le sorti dell’altro.

Per questo motivo «Governareper» non si accontenta di guardare alla politica come modalità di governo, per rispondere alla domanda che di ogni programma è giustamente al centro: «governarecome»? Rispondere a quella domanda è infatti possibile solo se del governare si affronta congiuntamente assieme al come il «per/ché» e il «per chi».

«Governareper», nelle varie forme in cui si esprimeranno le sue attività (telematica, cartacea, seminariale), vuole contribuire a questa intrapresa comune, offrendo un luogo per l’elaborazione di analisi e proposte sui principali temi di cultura politica e di politica pubblica. Vuole essere un serbatoio di idee a cui possa attingere chi nel centrosinistra intende riflettere su come e per quali obiettivi governare. Vuole essere lo spazio nel quale possa crescere una comunità di lettori-scrittori interessati ad un confronto e ad una riflessione comune sui destini dell’Italia e sul suo contributo per la giustizia e la pace nel mondo.

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